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mercoledì, 20 agosto 2008

La Fortuna

La fortun-a a ven na vòlta për tuti, ma s’as ciapa nen cola vòlta lì, as ciapa mai pì.

(La fortuna viene una volta per tutti: ma se non la si coglie quella volta, non la si prende mai più).



Faceva freddo, tanto freddo, quella sera.
Lo sposo e la sposa stavano seduti davanti al caminetto, dove l’ultimo ciocco di legno ardeva inondando di fumo la cucina.
“Non c’è più niente da mangiare, in dispensa”, sospirò la sposa, sconsolata.
“Domani andrò alla fiera del paese, cercherò di vendere il tavolo con le sedie…”, mormorò, amaramente, lo sposo.
Quand’ecco che, fra le fiammelle rosse che danzavano nel camino, una prese forma. Si ingrandì e si sollevò sopra le altre, volteggiò oltre il parascintille, zigzagò un po’ in mezzo alla stanza, e poi si immobilizzò davanti alla sposa.
Aveva occhi infuocati e il corpicino fatto di fuoco ardente. Scoppiettava nell’aria, piccola, fantastica donna in miniatura: sorrise alla sposa, e poi aprì la bocca per parlare. Ma fu la sposa a farsi sentire per prima: “oddio! Un Folletto!”.
“Folletto sarai tu”, brontolò la creatura infuocata, diventando un poco più rossa: “io sono una Fata. E sono qui per portarvi la buona sorte”.
Lo sposo e la sposa si lanciarono un’occhiata sconcertata.
“Ma sì, la buona sorte, la fortuna!”, si spazientì la Fata, spruzzando scintille in faccia alla sposa. “Siete due brave persone, e state palesemente per morire di stenti: potete esprimere tre desideri, e io li esaudirò”.
“Oh”, intervenne subito lo sposo: “per prima cosa, vorrei un piatto di polenta!”.
Seguì un breve silenzio, al termine del quale, in un piccolo pentolino appeso al camino, prese forma magicamente una bella polenta, che sobbolliva lentamente.
“Mai sei cretino?”, gli urlò la moglie in una frazione di secondo. “Abbiamo a disposizione tre desideri, e tu ne sprechi uno per un piatto di polenta? Ma che ti venga un colpo!”.
Non aveva ancora finito di parlare, che il marito si accasciò sul suo sgabello, e cadde a terra morto.
La Fatina scoppiettante si strinse nelle spalle infuocate. “Tu l’hai detto!”, ribatté sulla difensiva, mentre la sposa le lanciava uno sguardo altrettanto infuocato.
“Beh, è evidente che era un modo di dire!”, ruggì la donna di rimando, con aria omicida. “Riportalo in vita subito, o io ti… o io giuro che ti…”.
La Fata delle fiamme sollevò le sopracciglia infuocate in un’espressione di educata attesa; quando la sposa però richiuse la bocca senza aver trovato una minaccia sufficientemente terrificante per un essere incantato, la Fata si strinse nelle rosse spalle, e con una scintilla schioccò le dita. Ci fu un secondo di profondo silenzio, e poi lo sposo mormorò qualcosa in tono stanco e indistinto, rimettendosi faticosamente a sedere sulla sua seggiola.
“Bene. Qui ho concluso”, constatò la Fata strofinandosi le mani con aria molto professionale. “Grazie per l’attenzione e la disponibilità, gentili signori, e spero che la mia presenza vi abbia riportato il sorriso. Arrivederci!”.
La Sposa spalancò la bocca, inorridita, ma la Fata si era già gettata nel fuoco del caminetto. Le fiamme si sollevarono per qualche istante e poi il fumo tornò a invadere la stanza: e la Fata era scomparsa, lasciando dietro di sé solo una striscia fine di cenere.
“Cosa… è successo?”, domandò stancamente lo Sposo, massaggiandosi stranito il petto.
La Sposa distolse a fatica dal caminetto uno sguardo allucinato, e fissò il marito con un’espressione da psicotica omicida. “Cos’è successo? Vuoi sapere COS’È SUCCESSO?”, ruggì a voce talmente alta da farlo sobbalzare. “Te lo racconto io cos’è successo, brutto idiota, te lo racconto io…”, e, mentre la rabbia schiumante si mescolava all’impotenza e all’insoddisfazione, stese la mano e schiaffeggiò il marito: una, due, tre, quattro volte.

Quando gli Sposi ebbero finito di litigare e accapigliarsi, la polenta nel pentolino era già bruciata.

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Strèita a l'é mia feuja
tanti a seve voi 'd la contrà:
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venerdì, 01 agosto 2008

Di come i pini divennero sempreverdi

Decisamente, Siutin non poteva più volare.
E dire che le era sembrata una idea così bella, in quel freddo pomeriggio di inizio novembre, trasformarsi in uno scricciolo e fare un volo giù a valle… una cosa da masca, insomma. Una cosa che le masche fanno sempre, così, come passatempo. Cosa mai poteva andare male, in uno svago così innocente?

Beh, poteva andare male una infinità di cose, constatò Siutin stizzosamente, planando a fatica sul candido manto innevato che ricopriva la valle. Ad esempio, poteva andare male l’incontro con quello stramaledetto gatto dei Pautasso. Quella bestiaccia isterica, più simile a una tigre ingabbiata che a un animale domestico, non aveva mai destato particolari preoccupazioni a Siutin… insomma, una masca non ha di che temere un gatto, soprattutto se è una donna grande e grossa: un gigante, rispetto a misero felino.
Non abituata alle sue nuove dimensioni di scricciolo, però, Siutin aveva sottovalutato il pericolo. E quando il gatto dei Pautasso aveva visto un uccellino appollaiato lì, sulla catasta di legna, per riposarsi… beh, allora aveva sfoderato gli artigli.
Certo, il gatto aveva fatto una fine ignobile, che Siutin non avrebbe augurato nemmeno al suo peggior nemico.
Magra consolazione.
Sì, perché, allo stesso tempo, Siutin aveva un’ala ferita. E, decisamente, non poteva più volare.

Che fare? Cosa non fare?
Tornare a casa in volo, decisamente non si poteva: si era allontanata troppo, c’era il concreto rischio di svenire per strada.
Ritrasformarsi in donna e andare a chiedere aiuto al paese vicino non era una prospettiva più allettante: laggiù non era molto ben vista, da quando aveva tolto il latte alla moglie del sindaco, condannando il figlio neonato a una morte lenta e penosa.
Non restava che cercare un rifugio e aspettare. Prima o poi, le altre masche si sarebbero accorte che era scomparsa la loro regina: avrebbero pur fatto qualcosa per trovarla…

Siutin riunì le ultime forze, e spiccò il volo verso un larice. Appoggiò i piedini sul legno duro di un ramo, ma il larice, sdegnosamente, si scosse. Rifiutò di accogliere sul suo corpo una strega così malvagia, che aveva condannato a morte decine di innocenti: disperata, Siutin dovette spiccare un salto, prima che i rami dell’albero la sbattessero a terra.
Zampettò allora verso una quercia che poco più in là cresceva isolata, ma nemmeno la quercia, e poi nemmeno il nocciolo, accettarono di dare protezione a quella donna immonda.
Iniziando a perdere le forze, Siutin si inoltrò, a piedi, verso il buio della foresta. Gocce porporine macchiavano il primo, delicato strato di neve, e Siutin prese lentamente consapevolezza che, in quel bosco, lei sarebbe morta.
Quand’ecco che, come un fruscìo leggero di foglie smosse dal vento, una voce arrivò alle orecchie della donna. “Signora, venite qui, qui vi potrete riparare…”.
Il piccolo scricciolo si voltò. A parlare era stato un immenso pino, che apriva discretamente i suoi rami per spianare la strada verso un tronco cavo e accogliente.

Siutin pianse calde lacrime di dolore e di commozione, avvolta dal legno caldo dell’albero mentre attorno a sé, nella notte, impazzava la tempesta.
E quella notte, mentre le sue guardie pattugliavano il territorio in ricerca della loro regina, la masca ordinò al vento di spirare lontano dal pino che la accoglieva, per non privarlo del suo mantello di foglie splendenti.

Da allora, e ancora oggi, tutti i pini sono, magicamente, sempre verdi.

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E si trattava di storie di masche, folklore piemontese

sabato, 12 luglio 2008

L'inverno della Valsesia

Appare nei mesi invernali, in Valsesia, quando il gelo indurisce la terra e il manto della neve nasconde ogni cosa. Appare nel pieno dell’inverno, quando gli uomini lasciano i casolari e scendono a valle, per cercare un lavoro in città.
Appare quando meno ce lo si aspetta, intrufolandosi silente nella casa ormai vuota in cui aveva soggiornato una coppia di giovani sposi. Sgattaiola vicino al fuoco, si nasconde fra le pentole, e aspetta che gli passi davanti la giovane sposa, per la prima volta costretta a un inverno di solitudine e malinconia.
E, mentre i primi fiocchi di neve iniziano a cadere, il Folletto dà il via al suo ignobile operato.

Invisibile ma potente, fissa la sposa con il suo guardo d’ipnosi. E non distoglie il suo sguardo: continua a esercitare su di lei la sua terribile magia, mentre la donna fila, ricama, cuce, impasta, cuoce, spolvera, si prepara per la notte. Incombe su di lei nelle ore di buio, mentre il vento fischia oltre le porte e la neve scende a fiocchi grossi e regolari. E, fissandola con il suo sguardo incantato, provoca in lei una tristezza infinita.

E’ questo il genio della depressione, conosciuto e odiato in tutta la Valsesia, che anno dopo anno ha cancellato il sorriso a tante spose giovani e vitali. E quanti sono i mariti che, dopo Ognissanti, hanno salutato una moglie innamorata e ardente, e tornati a casa per la Candelora hanno trovato a attenderli una donna spenta e malata!

Le madri, le suocere, i bambini, pur vicini alla sposa in quei mesi invernali, ben poco possono fare per contrastare la perfida azione del turpe Folletto. Nulla sembra riuscire a distrarre le giovani spose dal suo sguardo malefico e distruttore.

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sabato, 28 giugno 2008

Le masche a Notre-Dame

Erano felici, per le masche, i tempi in cui i loro balli erano affar di Stato.
Si scomodavano per loro politici e intellettuali, e le loro gesta stregate erano sulla bocca di tutti…

Carlo Giuseppe Guglielmo Botta, nato a San Giorgio Canavese nel 1766, le masche, ad esempio, le conosceva molto bene. E per le masche era stato certamente utile, essere conosciute da quest’uomo di Stato, che prima aveva servito Napoleone, poi aveva governato il Piemonte, poi era diventato rettore di un’Università francese, e nel frattempo aveva anche composto la Storia della guerra di indipendenza degli Stati Uniti d’America che ancor oggi noi leggiamo.
Ebbene, nel 1820 le masche popolavano l’ufficio del rettore dell’Università di Rouen, in Francia. Volendo spulciare l’epistolario che Carlo Botta indirizza al suo amico, il conte Littorandi, si potrebbe trovare autorevole testimonianza dell’esistenza delle nostre masche.

Poi corrono certi tempi tristi per pioggie e venti, scriveva Botta il 19 settembre 1820, che le streghe possono ballare a posta loro. Nel mio paese è un ponte, dove esse veramente, secondo che dicono più di cento testimoni di vista, ballano quando vengono giù dal cielo pioggie dirotte.
Or qui mi par sempre d’aver quel maledetto ponte innanzi agli occhi. Bisognerà che ne faccia motto al signor Vittorio Hugo, a cui tanto piacciono le streghe, e dice che sono più belle della Venere di Omero.


E - sarà un caso, oppure no - undici anni più tardi la prima edizione di Notre-Dame de Paris citava espressamente (libro VII, capitolo V), una stryga, vel masca.

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E si trattava di storia vera, storie di masche

mercoledì, 25 giugno 2008

La capra nelle fiamme

Per mettere a tacere questa storia, vera, si è scomodato persino il Partito Fascista. Correva l’anno 1940, e a Torino abitava una vecchia donna di nome Adelina, sola e decisamente bizzarra.
Si diceva fosse una veggente, che parlava coi morti e conosceva il futuro.
Si diceva avesse azzeccato le previsioni, già più di una volta.
Si diceva che, a giugno del 1940, quella vecchia pazza andasse in giro ad annunciare una sconfitta dell’Italia da lì a tre anni, nella guerra appena intrapresa.
E, insomma, Adelina era stata dissuasa dal mettere in giro queste strane voci, dopo aver ricevuto la visita di un noto esponente del suo Gruppo Rionale – così si chiamavano, allora, i centri di quartiere del partito fascista.
Adelina, prudentemente, aveva smesso di parlare. Ma la sua fama, a Torino, era rimasta immutata: salda e universalmente riconosciuta, così come era, del resto, da anni.
Dal 1936, per la precisione.

Certo, all’inizio tutti l’avevano presa per pazza, quella vecchia bislacca che faceva la cartomante e conversava coi gatti.
Certo, all’inizio tutti avevano sollevato lo sguardo al cielo, quando Adelina un bel giorno si era alzata con la luna storta, e aveva iniziato a correre per la strada annunciando un tremendo incendio.
Certo, alcuni erano addirittura scoppiati a ridere, quando quella vecchia scarmigliata aveva sgranato gli occhi, e poi urlato: “bruceranno la capra! Morirà la capra!”. Lombroso era malauguratamente già scomparso da anni, se no forse Adelina sarebbe stata portata a farsi vedere: un incendio? La capra? Che capra? Ma è pazza?

Tre giorni dopo, a pochi isolati di distanza, un terribile incendio rase al suolo l’immenso Teatro Regio.
L’ultima rappresentazione, da poco terminata, era stata Liolà.
Unica vittima delle fiamme fu una capretta, comparsa in una scena fra gli attori, e che nessuno pensò a salvare.

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giovedì, 19 giugno 2008

La regina

Torju si stritolò il berretto fra i pugni, fermo davanti al portone di quel palazzo maestoso.
Prese un profondo respiro, e poi decise di andarsene.
Girò sui tacchi, e poi decise di perseverare.
Tornò a fissare il battente sulla porta, come aveva fatto ininterrottamente negli ultimi dieci minuti, e provò con sgomento una certa voglia di piangere. Il battente era la testa di un mostro, con la bocca spalancata e una grossa lingua che penzolava giù lungo il portone. Torju avrebbe giurato che gli occhi del battente lo stessero guardando storto.
Sospirò, deglutì, e poi afferrò la lingua. E bussò alla porta, una, due volte.
Gli venne ad aprire una domestica, molto meno mostruosa di quanto Torju avesse potuto immaginare.
Si sforzò disperatamente di sembrare forte e sicuro di sé, e si inchinò alla ragazza. “Ho bisogno di vedere urgentemente la Signora Siotin”, disse.

La Signora arrivò dieci minuti più tardi, scendendo le scale del palazzo con meravigliosa superbia regale.
Torju spalancò la bocca, ma la richiuse svariati minuti più tardi e senza aver detto una parola: Siotin non era una masca, per Giove, non sembrava una masca! Sembrava anzi una regina, più affascinante delle donne di Casa Savoia. E non era tanto per il volto in sé, delicato e pallido come se la dama non avesse mai visto la luce del sole: era più che altro per il meraviglioso abito che fluttuava ad ogni suo movimento, e che aderiva al suo corpo come una seconda pelle. La stoffa colore smeraldo emanava una lieve luminescenza verdolina, e Torju si trovò a pensare assurdamente che quel tessuto sembrava essere stato filato dalle Fate.
Dopo meno di una frazione di secondo, realizzò che l’ipotesi era tutto fuorché improbabile.

“Allora”, disse Siotin accomodandosi mollemente in poltrona. “Quale motivo avrebbe un contadino di richiedere sì insistentemente la mia presenza?”.
Torju rimase immobile in mezzo alla sala, aspettando fiduciosamente che la Signora lo invitasse a sedere.
La Signora non parve minimamente intenzionata a farlo.
“Oh, beh…”, mormorò Torju tormentando il berretto che teneva in mano. “E’ che, Signora… dicono tutti che voi siete una masca”.
I lineamenti nobili sul volto di Siotin si indurirono, ma fu solo un istante. “Dalle masche, in genere, si scappa. Tu invece le vai a disturbare in casa loro?”.
Torju iniziò a pensare di non aver avuto una grande idea, ma ormai era in ballo e bisognava ballare. “Dicono, Signora, che voi siete la più importante di tutte le masche”, mormorò. “Dicono che potete dare ordini a tutte le altre. Io ho bisogno di voi, Signora, disperatamente”.
Siotin inarcò leggermente le sopracciglia. “Sei tormentato da un’altra masca e speri che io voglia ordinarle di smettere?”, domandò, con una vena di incredula ilarità nella voce. Torju non ci trovò proprio nulla di divertente, ma si sforzò di non perdere il controllo: “non a un’altra masca, Signora. Non ho niente contro le masche. Sono brave persone” (Siotin inarcò ulteriormente le sopracciglia). “Cioè, sì, non dico brave”, si corresse Torju precipitosamente: “solo… beh, sono masche. E’ giusto che ammaschino. Io ho problemi con quegli altri cosi. I… non so come si chiamino. I folletti”.
“Sarvan”, precisò Siotin distrattamente. Chiamò la domestica e si fece servire il tè. Ovviamente, Torju non ne ebbe una tazza.
“Sono disperato!”, insisté l’uomo quando Siotin ebbe bevuto il primo sorso, e si fu rilassata sullo schienale della poltrona. “Ho bisogno di voi! Posso… posso vendervi l’anima, se è necessario!”.
Siotin lo guardò con l’espressione con cui si guarderebbe una lumaca morta. “Francamente preferirei un cotechino, se proprio devo. Comunque”, aggiunse prendendo un altro sorso, “suppongo di dover premiare il coraggio di chi è venuto fin qui a bussare alla mia porta. Sentiamo qual è il problema coi sarvan”.
“Ecco…”, mormorò Torju, chinando il capo in un maldestro tentativo di mostrar gratitudine. “Penso che siano venuti a vivere a casa mia, Signora. E mi nascondono le cose”.
“Tipico dei sarvan”, commentò Siotin distrattamente.
“Lo so, Signora”, insisté Torju debolmente, “ma nel mio caso è un vero problema… rischio di andare in rovina, Signora!”.
Siotin lo guardò, educatamente perplessa.
“Io faccio il calzolaio”, spiegò Torju in tono lamentoso. “E loro mi fanno sparire tutte le scarpe sinistre”.
La masca increspò le labbra in un sorriso, e ci mise più di qualche secondo prima di far ridiscendere sul suo volto la sua maschera di imperturbabilità regale.
“Signora, sono disperato”, ripeté Torju in un gemito. “La mia è una bottega rinomata, ho clienti che vengono da fuori del paese… facevamo affari d’oro, mantenevo da solo tre figlie e una anziana moglie… e adesso mi stanno mandando in rovina, quei maledetti! E’ da un mese che mi nascondono tutte le scarpe sinistre, ormai non abbiamo più di che mangiare!”.
Siotin sembrava star combattendo una dura battaglia contro il desiderio di ridere. “Naturalmente dovrò essere ricompensata, se volessi mai venire a dare una mano…”.
Torju si lasciò cadere in ginocchio, e probabilmente si sarebbe anche prosternato ai piedi della strega, se solo avesse saputo come fare. “Tutto quello che volete, Signora, tutto quello che volete!”.
Siotin finì con un ultimo sorso la sua tazza di tè. “E naturalmente voglio qualcosa di più concreto di un’anima”.

Ad Anzola d’Ossola, esiste ancora oggi la Cà di donn, dove il buon Torju teneva bottega.
Siotin la visitò spesso, esigendo ogni volta pagamenti più ingenti, tanto che a un certo punto la famiglia andò in rovina. Però ebbe l’onore di aver ospitato in casa sua la regina delle masche, che più volte aveva vagato per quelle stanzette polverose recitando strane formule arcane. Suonavano più o meno come “Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi”.
Malauguratamente, nonostante l’impegno e le sempre maggiori ricompense, Siotin non riuscì mai a cacciar via i sarvan dispettosi, nonostante avesse tentato tutte le strade.
O almeno, così si divertì a far credere al buon Torju, che a un certo punto fu costretto a dichiarar bancarotta e ad andare altrove, in un borgo lontano dove morì da lì a pochi anni, facendo l’accattone.

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mercoledì, 11 giugno 2008

Volley stregonesco

Un tale che veniva da Sampeyre, una sera, vide di lontano una scena che lo lasciò interdetto.
Nonostante fosse ormai notte, c’era qualcuno, là, sulla riva destra della Varaita. Un fuoco ardeva illuminando debolmente la zona circostante, e diverse sagome ballavano attorno alle fiamme, cantando e ridendo sguaiatamente.
Ubriachi? Vagabondi? Prostitute?
L’uomo restò a fissarli per qualche secondo, perplesso, e poi decise di andare a indagare: casa sua era lì dall’altra parte della collina, e non aveva nessunissima intenzione di vedere individui di dubbia moralità ballare in piena notte nel bel mezzo delle sue terre. Senza nemmeno avergli chiesto il permesso, poi.
Si incamminò di buon passo verso il ponticello più vicino, e velocemente attraversò la Varaita.

Che fossero ubriache, le donne che ballavano attorno al fuoco, era decisamente probabile.
Che fossero prostitute, invece, si permetteva francamente di dubitarlo: vecchie, gobbe, grasse, grinze, incanutite, non avrebbero trovato un cliente nemmeno se si fossero offerte di concederglisi gratuitamente.
Incerto sul da farsi, l’uomo si nascose dietro un albero e rimase per un po’ ad osservarle… quelle vecchiacce continuavano a ballare selvaggiamente, seminude, e si lanciavano fra di loro un fagotto buttandolo con nonchalance sopra le fiamme, e poi facendo a gara per riprenderlo.
Selvagge alcolizzate con strane velleità di pallavoliste: ci mancava solo questa, pensò sconsolato il tale, tentando di darsi un’aria autorevole e preparandosi a scacciarle.
Se non che, improvvisamente, qualcosa gli fece gelare il sangue nelle vene. Il fagotto si sciolse e ne uscì un braccino umano, che sfiorò il fuoco. E, di lì a pochi secondi, inequivocabile, il pianto di un neonato sovrastò i canti delle vecchie deformi.

Che fare? Cosa non fare?
Il pover’uomo si sentì tremare le gambe, e riuscì a escogitare una sola soluzione per salvare il povero bambino. Nascosto dall’oscurità appena rischiata dalle deboli fiamme guizzanti, si coprì il volto con il cappuccio del mantello, e si avvicinò a quel sabba infernale. Iniziò a dimenarsi a sua volta, a saltare, ad agitare le braccia, a gridare e a intonare le melodie delle vecchie masche. Fino a che, credendolo una di loro, una delle donne non gli lanciò. con una risata, il fagotto.

L’uomo strinse forte il povero bambino, e scappò più veloce che poteva. Corse oltre il ponte, corse attraverso il bosco, corse oltre le sterpaglie, corse verso il paese. E, quando fu finalmente certo di aver seminato le masche infuriate, osò scostare i cenci che avvolgevano il neonato piangente, per sincerarsi sulle sue condizioni.
Ebbe un conato di vomito, quando si rese conto che il povero piccino che piangeva nelle sue braccia era, senza ombra di dubbio, suo figlio.

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sabato, 07 giugno 2008

Alba

“Non puoi essere serio. Non puoi star dicendo per davvero”, ripeté lei in un mormorio sconvolto. C’era un lampo di dolorosa disperazione nei suoi occhi,  e Tonio faticò a sostenere lo sguardo quando riaprì la bocca per parlare.
“Alba. Te l’ho detto. E’ finita”.
Cosa vuol dire, finita?”, gridò lei alzandosi di scatto, così improvvisamente che Tonio non riuscì a non sobbalzare. “Cosa vuol dire, finita? Ho già cucito il vestito da sposa!”.
“E’ meglio così, per tutti e due, non ha senso un matrimonio che…”.
“Abbiamo già fissato la data del matrimonio! Tutto il paese è stato informato!”.
“Alba, capisci bene che se ti portassi all’altare in questa situazione, per tutti e due…”.
“Fino a due giorni fa, ti andava bene tutto!”.
“Non posso sposarti, se non ti amo! Non ha senso, non intendo passare la mia vita con una donna che non desidero... mi spiace, credimi, ma è finita. Posso… se vuoi, visto che è colpa mia, posso ripagarti la stoffa per l’abito da sposa, guarda”.
Alba assottigliò gli occhi. Oltre la cortina di lisci capelli neri, sembrava un gatto pronto a sfoderare gli artigli, per sferrare l’attacco. “C’è un’altra”, sibilò. Non sembrava una domanda, quanto più un’affermazione.
Tonio esitò per un istante, soppesando l’espressione della sua ormai ex-promessa sposa. Sarebbe scappato a gambe levate da chiunque l’avesse fissato con quell’aria omicida, ma in quel momento valutò che forse un ‘sì’ avrebbe lenito il dolore.
“Sì”, replicò cercando disperatamente di sostenere lo sguardo.
E poi, prudentemente, scappò a gambe levate.

Un’altra, in effetti, c’era per davvero.
Era una ragazzina più giovane di qualche anno, che Tonio aveva conosciuto quando, la passata primavera, aveva fatto alcuni lavori di falegnameria nei pressi della sua casa.
Non era bella come Alba, certamente no, e nemmeno lontanamente altrettanto intrigante. Ma forse era proprio quello il suo punto di forza: timida, umile, impacciata, lasciava presagire per Tonio lunghi anni di serena tranquillità domestica. Niente a che vedere con le stramberie di Alba, che usciva di casa in piena notte, compiva, sola, lunghi viaggi, e aveva un baule pieno di vestiti che Tonio magari avrebbe anche potuto gradire, ma non certo indossati nella piazza del paese all’ora della Messa granda.
L’altra ragazzina era molto più rasserenante, e anche i genitori di lei sembravano persone per bene, gentili e ben disposte. Da quando la relazione con Alba era finita ufficialmente, Tonio aveva iniziato a visitare la casa della sua nuova fidanzata con maggior frequenza. Quasi ogni sera era ospite della sua promessa, e ci si stava già accordando per l’ormai prossimo matrimonio.
E meno male, pensava Tonio salutandola ogni sera, perché proprio non vedeva l’ora di averla dentro casa. Mica per altro: è che la sua futura sposa abitava dall’altra parte del paese, e Tonio prima o poi ci avrebbe lasciato la pelle, a forza di uscire da casa per andare a trovarla. Quando il sole calava, evidentemente, il tranquillo sentiero su per la collina si trasformava in una trappola mortale.

Una volta, Tonio era stato seguito per tutta la strada da una grossa vipera sibilante.
Tre giorni dopo, aveva raggiunto la casa della sua promessa sposa inseguito da un grosso caprone inferocito. Quando aveva visto il futuro suocero attenderlo sulla soglia, Tonio aveva realizzato di non essersi mai sentito così idiota in tutta la sua vita.
Un cane rabbioso aveva più volte cercato di sbranarlo.
E quando non si era trattato del cane, era stato un lupo a fauci spalancante.
Un’altra volta ancora era stato graffiato da un enorme gatto nero, a dire il vero più simile, per forma e dimensioni, a una pantera di piccola taglia.
Uno stambecco impazzito, inspiegabilmente capitato nelle risaie Vercelli, era stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. La sera successiva Tonio si era armato di fucile, psicologicamente pronto a usarlo. Anche su una giraffa verde pisello, se fosse stato necessario.

Non aveva incontrato nessuna giraffa, ma solo una grossa, agguerrita civetta. Con un lamento lugubre si era staccata dai rami di un cipresso e aveva puntato dritto sulla sua testa, sfoderando i suoi affilati artigli; Tonio si era rotolato per terra, aveva puntato il fucile, e aveva sparato.
Colpita in volo, la civetta era caduta fra le fronde della boscaglia, con un lamento che era diventato curiosamente simile a un gemito umano. Anche il rumore dell’impatto sull’erba era stato insolitamente forte, come se a cadere a terra non fosse stato un semplice uccello: Tonio era certo di aver sentito una voce femminile gridare, spezzata dal dolore. E, iniziando a immaginare gli scenari più tragici o fantasiosi, si era inoltrato nella boscaglia, seguendo i lamenti che si facevano sempre più vicini.
Immaginate la sua sorpresa quando, al posto della civetta, trovò la sua ex-fidanzata, nuda come un verme e tutta presa a gridare, con una gamba insanguinata!

Per la seconda volta, incrociando il suo sguardo, Tonio pensò bene di scappare a gambe levate. E corse di buona lena nella taverna del paese, gridando frasi confuse su una donna ferita in mezzo al bosco, che doveva assolutamente essere aiutata. In fin dei conti, la povera Alba non meritava certo di esser mollata lì, a morir dissanguata…
Gli uomini che accorsero in suo aiuto, tuttavia, non trovarono più nessuno nella boscaglia. Solo una grossa macchia di sangue, e tracce rosse che si avviavano verso la strada: ma, di donne ferite, non ce n’era da nessuna parte. Tonio si era quasi convinto di aver avuto un’allucinazione, o di aver alzato un po’ troppo il gomito quella sera a cena… ma le sue speranze erano bruscamente svanite due giorni più tardi.
Quando, di ritorno dal lavoro nei campi, aveva incontrato Alba.

Indossava un corto vestito nero, che faceva risaltare il pallore cadaverico sul suo volto. I capelli sciolti ondeggiavano mossi dal vento, come un grottesco velo da sposa colorato a lutto. Alla sua gamba destra, su una candida benda lisa, si allargava visibilmente una grossa macchia rossa. La donna camminava faticosamente per la sua strada, ignorando con fermo orgoglio gli sguardi dei compaesani, e zoppicando vistosamente.
Tonio si immobilizzò senza riuscire a non guardarla, e lei incrociò il suo sguardo.
Si fissarono per un istante, che a Tonio sembrò durare ore. Gli sembrò che gli occhi di lei lampeggiassero infuocati, che odio puro fosse l’unico sentimento ad animare la donna; gli sembrò di vedere uno spettro, un mostro, una strega, e gli sembrò di essere stretto da fredde mani invisibili.
Poi Alba increspò le labbra in un sorriso, e proseguì zoppicando per la sua strada.

Il giorno dopo, Tonio era morto.
Ma aveva avuto la sua vendetta, e per colpa sua Alba fu costretta a lasciare il paese: nelle poche ore di vita che gli erano rimaste, aveva fatto sapere a tutti ciò che aveva improvvisamente capito.
E cioè che Alba era una masca, disposta anche a uccidere pur di avere la sua rivalsa.

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... e Lucyette tacque per riprendere fiato, terminata la sua conta.

Strèita a l'é mia feuja
tanti a seve voi 'd la contrà:
con cheicòs pasié mia veuja,
adéss che mi av l'hai contà!


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E si trattava di storie di masche, folklore piemontese

mercoledì, 04 giugno 2008

Lo sposo

Nel passato di Marta c’era un neo che nessuno conosceva. Una macchia che non si riusciva a lavare, e che a malapena si poteva nascondere sotto uno sguardo gentile, un sorriso innocente, un cuore affabile…
Era piccola, Marta, quando era successo. Era piccola, ed era anche sola in casa: il Tonin, che avrebbe dovuto badare alla sorella, se n’era andato per giocare con gli amici fra i campi. E Marta, che all’epoca non aveva ancora tredic’anni, era rimasta sola.
Qualcuno se n’era accorto. Qualcuno era entrato in casa, approfittando della porta socchiusa, e si era nascosto nell’ombra. Qualcuno aveva improvvisamente afferrato Marta per la vita, l’aveva stretta, aveva cominciato a toccarla…
Marta, urlando, aveva tirato calci e pugni, si era divincolata dalla presa del suo assalitore. Aveva gridato, chiamando aiuto, ma gli uomini erano ancora lontani nei campi, le donne alla pieve per i Vespri: il paese era deserto…
Aveva gridato, ma sapeva che nessuno sarebbe arrivato a soccorrerla. Aveva gridato, ma sapeva che la sua salvezza era nelle sue mani: con linattesa forza della disperazione, era corsa là dove il babbo riponeva laccetta per tagliare il legno.
E l’aveva usata.

Non aveva visto il volto del suo assalitore, nella casetta buia con le imposte accostate.
Ma aveva sentito il suo urlo, e aveva avvertito il caldo del sangue che le schizzava addosso imporporandole la veste.
L’aggressore se n’era andato, gridando e giurando vendetta. Aveva lasciato sul pavimento della stanza una mano insanguinata, che la ragazza aveva fatto scomparire prima del ritorno dei suoi genitori.
E, nonostante tutto, la vita di Marta aveva continuato a scorrere felice.

Era cresciuta in bellezza e in simpatia, la giovane Marta che ora era in età da marito.
Era cresciuta allegra e spensierata, consapevole di essersi, in fondo, solo difesa.
Era cresciuta circondata da amiche allegre e festanti: aveva imparato a cucire, era diventata una delle ricamatrici più richieste del paese, e aveva accumulato un bel gruzzoletto con cui formare la sua dote.
Sì, perché Marta, presto, si sarebbe sposata.
Aspettava da mesi quel momento, quella festa in paese organizzata per tutte le ragazze da marito. Cucendo gli orli al suo vestito più bello, oltre le imposte aveva spiato i musichieri arrivare; provando la crocchia in cui legare i suoi capelli, aveva visto il palco essere montato fra i granai.
E indossando la sua veste preparata per l’occasione, con le sue amiche aveva sgomitato notando un signore scendere dalla carrozza.

Era un signore per davvero, mica uno di quei contadini sudati e sporchi di fango.
Era un signore per davvero, con baffi e bastone: forse arrivava dalla città, con il suo cilindro in testa e i suoi guanti candidi e immacolati. Indossava una giacca che Marta non sarebbe mai riuscita a cucire così bene, e puntava dritto al palco su cui avrebbero ballato le tote da marito.

Marta aveva rischiato lo svenimento, quando il ricco signore le aveva chiesto l’onore della prima danza.
O quando le aveva sussurrato all’orecchio parole così dolci da farla tremare.
O quando, alla fine della serata, le aveva chiesto di sposarlo.

Marta aveva accettato: eccome!
Il suo futuro sposo era un signore da Torino, che addirittura conosceva la famiglia Savoia! Come dono di fidanzamento, le aveva procurato una collana di perle – una collana di perle vere! – e Marta davvero non vedeva l’ora di partirsene da quel paese, e di andare a Torino a fare la ragazza di città.
Dopo una ragionevole conversazione anche il babbo di Marta aveva accosentito nel dargli la mano di sua figlia, e il signore di città se n’era tornato a casa, per sistemare le ultime cose.

Il matrimonio fu meraviglioso, come ogni matrimonio che si rispetti.
Marta aveva le lacrime agli occhi; il suo futuro sposo era perfetto, più bello che un dipinto: completo nero, fiore all’occhiello, bastone d’argento, splendidi guanti di seta.
Marta sorrise, quando il suo sposo la strinse per la vita, chiudendosi alle spalle la porta della camera da letto, e facendo scattare la serratura. C’era una luce nuova che brillava nei suoi occhi, e Marta si sentì sorridere e arrossire in un solo tempo.

Poi, il suo sposo si levò lentamente il guanto sinistro, mostrando un moncherino senza mano.
“Credevi davvero di averla fatta franca, mia diletta sposa?”.
E quella luce nei suoi occhi brillò ancora.

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E si trattava di folklore piemontese

sabato, 31 maggio 2008

Il fantasma di Grondona

A Grondona, in provincia di Alessandria, tutti lo sapevano ma nessuno lo diceva. Le storie di masche erano così infantili, e i tempi in cui si credeva ai fantasmi così lontani…
Eppure, a Grondona, si respirava ugualmente una certa tensione. Certo, si era negli anni Trenta, e non si badava più a certe stupide dicerie.
Però, se le stupide dicerie venivano regolarmente comprovate dai fatti…

Grondona, ameno paesino sul torrente Spinti, aveva storia antica. Gli studiosi dicevano che la città veniva nominata per la prima volta nel 1164, quando Federico Barbarossa, Imperatore del Sacro Romano Impero, sottoponeva Grondona al comune di Pavia. I Grondonesi, che erano prevalentemente contadini, non avevano un’idea molto precisa di cosa fosse il Sacro Romano Impero: però era un nome altisonante, e tutti convenivano nel dire che era motivo di vanto, risiedere in una città dalle origini così antiche.
E anche il Castello di Grondona, a ben vedere, era parecchio antico. I soliti studiosi dicevano che la prima fase muraria rimandava al 1180, con un bel castello di forma oblunga, tre torri cilindriche, e una grossa cappella.
Ma per i Grondonesi, francamente, quel castello non era poi un così gran motivo di vanto.

Anzi, era più che altro un motivo di preoccupazione.

Erano dicerie sciocche. Certo. Solo stupide dicerie.
Storie raccontate ai bambini, in quelle stupide veglie nelle stalle della cascina quando l’inverno era troppo freddo, e la notte troppo buia.
Storie stupide, leggende idiote per rallegrare le serate di quei pochi che ancora non avevano la radio.
Storie sciocche. Storie demenziali, perché lo sanno tutti che le masche non esistono, e nemmeno i fantasmi.

… però era ugualmente difficile, spiegare perché, ogni notte a mezzanotte, dal castello ormai disabitato si levassero puntuali gemiti e grida.
E non era razionalmente possibile continuare a dar la colpa ai custodi, se ogni notte a mezzanotte dal mastio disabitato si accendevano le luci, sbattevano le porte, la ferraglia cigolava con gran clangore.
I ragazzacci che sfidavano le tenebre e si introducevano nella torre per spaventare i concittadini, certo, erano una risorsa sempre disponibile e provvidenziale. Peccato che qualche anno prima due ragazzi avessero tentato di entrare nel mastio e lì fossero tragicamente morti, traditi da una scala marcia che aveva ceduto sotto il loro peso e li aveva uccisi. Niente di strano, se ci si introduce in un castello in rovina: però, da quel momento più nessun ragazzo aveva messo piede lì dentro. E i rumori a mezzanotte, invece, continuavano.
I vecchi, certo, parlavano di un fantasma... ma nessuno sano di mente avrebbe mai dato credito a quella voce.

Eppure i vecchi continuavano imperterriti, e ben decisi a portare avanti quella diceria. Un fantasma, ebbene sì: un fantasma, che sarebbe stata l’anima in pena di un vecchio Signore ucciso nel mastio del castello a seguito di una ribellione. I più informati conoscevano anche l’anno – 1434 – e la motivazione: una congiura da parte di alcuni suoi sudditi, che l’avevano assassinato nella notte, nella sua stanza da letto nella torre fortificata. La sua anima vagava ancora lì, in quella stanza ormai in rovina, e gridava vendetta. A Grondona tutti lo sapevano, ma nessuno lo diceva: presto il signore sarebbe tornato, consumando la vendetta contro i discendenti di chi lo aveva ucciso.
Il vecchio Barba Luis strizzava gli occhi, facendo un tiro alla pipa e sussurrando spaventato: “succederà presto! Succederà quando saranno passati cinquecento anni dall’omicidio!”.
La vecchia Magna Lusiota, invece, smetteva di versare la cenere sui panni lavati e alzava gli occhi al cielo con uno sbuffo spazientito: “e come farebbe a vendicarsi su noi che siamo in paese, sentiamo? Lo sanno tutti che la sua anima è imprigionata nel mastio, e, grazie al cielo, non lo può abbandonare! Se lui da lì non può uscire, l’importante è che nessuno di noi ci entri. Altro male non potrà farci!”.
I giovani grondonesi, dal canto loro, scrollavano le spalle e ridevano apertamente delle storie di quei vecchi imbecilli. Insomma: cinquecento anni erano passati, il 1934 era arrivato, la primavera stava per finire, e sembrava proprio che nessun fantasma assetato di sangue fosse passato a sgozzare infanti nella notte…

Se non che, il 14 aprile 1934, così scriveva Il Secolo XIX.


La notte scorsa, nella frazione di Grondona - un gruppo di rustiche case annidate nell'alta valle degli Spinti, sotto un grosso castello in parte in rovina - è accaduta fulminea una sciagura gravissima che ha gettato nel lutto più profondo il paese.
Mancavano pochi minuti alle 23, quando la vetta del monte soprastante l'abitato di Grondona e sul quale dominava il castello si è spaccata in due, e la parte a levante è precipitata per una larghezza di 200 metri sul borgo Castello. La frana si abbatteva con furore di distruzione sulle case sottostanti, recando ovunque la rovina e la morte. Le macerie irruppero violente sopra l'abitato del borgo, radendo al suolo cinque case e lesionandone altre dieci. L'opera di soccorso è stata subito iniziata per dissotterrare coloro che, sorpresi nel sonno, erano stati trovati e seppelliti dalle macerie delle case e della frana.



Là dove il fantasma prepara forse una nuova vendetta, del vecchio castello si è salvato, e resta tuttora, proprio quel mastio che lui non poteva abbandonare.

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E si trattava di storia vera, storie di fantasmi, leggende di alessandria




  

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Succedeva molti anni fa, in Piemonte, quando la radio era ancora da venire e non c’era altro modo per occupare le lunghe serate.
Succedeva ogni notte, molti anni fa, in Piemonte, quando si tornava dal lavoro nei campi e ci si radunava in una calda stalla.
Lì si parlava, si chiacchierava per tutta la notte. Mentre il vento fuori infuriava, e la pioggia cadeva creando un pantano, lì, dentro le stalle, la vita proseguiva. Scherzi, pettegolezzi, corteggiamenti e ragazze che imparavano a filare. Ma, soprattutto, storie.
Erano le vijà, le lunghe serate in stalla nell’attesa che la candela si spegnesse.
Erano le vijà, dove i vecchi del paese avevano il loro momento di gloria: tutti gli occhi puntati su di loro, tutti i ragazzi ad aspettare una nuova storia.
Una storia di masche, di fantasmi, di streghe. Una storia misteriosa, tanto più tremenda quanto più, fuori dalla stalla, il cielo tuonava, e i fulmini illuminavano a giorno il paese. Una storia che teneva con il fiato sospeso, e che non aveva niente da invidiare ai Piccoli Brividi, o agli horror di Hallowen.
Una storia che oggi, inevitabilmente, si sta perdendo. Una storia che ormai quasi nessuno più ricorda; una storia che sta scomparendo, portata via dal corso degli anni.
Una storia che non può, non deve essere dimenticata. Una storia che val la pena anche oggi di raccontare, per non disperdere le nostre, preziose, radici e tradizioni.

E allora, facciamole di nuovo tutti assieme, le nostre nuove, un po’ più telematiche, vijà.

Hanno ascoltato la mia conta...

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Lucyette in Il fantasma di Grond...
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... e hanno deciso di continuare ad ascoltarla...


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